Struttura del primo atto – L’incipit

L’incipit deve solleticare il palato come l’acquolina in bocca, non soddisfare la fame tutta in un boccone.

L’INCIPIT

L’incipit viene anche chiamato “hook”, ovvero “uncino”, o piuttosto “amo”, al quale viene attaccata un’esca per far abboccare i pesci. Bell’immagine, di cui i lettori non saranno molto contenti, ma che gli autori spesso hanno ben chiara nella mente. L’incipit non serve solo agli autori per agguantare i lettori, ma serve anche ai lettori per entrare nel romanzo. É l’aggancio a cui ogni lettori si attacca, più o meno saldamente, prima che la trama spicchi il volo e lo porti via con sé per le vie della fantasia.

I nostri lettori, però, non sono affamati di cibo per lo stomaco, piuttosto di cibo per lo spirito. Sono curiosi. E di cosa è fatta questa esca? Non certo di lombrichi viscidi e penduli. É un’esca fatta di conflitto. Il conflitto è l’esca di una trama. Ogni lettore vuole fiutare la posta in gioco, ovvero ciò per cui il protagonista lotta e ciò per cui viene osteggiato. Trovate il conflitto per la vostra trama, e avrete il succo di una storia. Tuttavia, ciò non significa che dovete per forza presentare un duello armato nelle prime righe del romanzo. Né per forza deve morire qualcuno, neppure se scrivete un thriller. Ricordate sempre che anche il quelle poche righe iniziali, ci dev’essere almeno un sentimento sincero, che voi conoscete così bene che sapete come farlo provare a un lettore. Un buon incipit può sorprendere, incuriosire, accogliere. Ma non deve: divagare, perdere tempo, esagerare, bombardare, disgustare.

Ci sono diversi tipi di incipit. Io ne ho individuati sette, ma sicuramente ne esistono di più.

  • storia nella storia
  • una verità universale
  • un appello al lettore
  • un dialogo
  • nel mezzo di un’azione
  • una descrizione del contesto
  • un flashback proveniente dalla fine del romanzo

Storia dentro la storia

Tutti sanno – e voi scrittori meglio di chiunque – che una storia coinvolge il lettore molto più di ogni altro tipo di scrittura. La ragione è che la funzione di ragionamento del nostro cervello è molto più simile allo svilupparsi di una storia che non a quello di un articolo o un estratto saggistico. Questa verità è ben radicata nelle menti dei professionisti del settore promozionale e pubblicitario. La pubblicità sfrutta questa affinità fra la struttura del ragionamento e la struttura della storia ogni volta che ci mette di fronte agli occhi uno spot dove si presenta un problema iniziale, una proposta di soluzione, e un happy ending: ovvero una microstoria in tre atti. Questo meccanismo ha molta più presa su di noi, che non un semplice assunto: “Compra Perlana perché é efficace contro le macchie e non rovina i capi d’abbigliamento”. Per non parlare del fatto che una storia instaura immediatamente quella connessione emotiva che, come ho già scritto nel post precedente, è cruciale costruire sin dal principio. Se iniziamo un romanzo con una microstoria, possiamo essere piuttosto certi che il lettore non rimarrà deluso. Essa può riguardare il personaggio principale, così come un altro personaggio importante o persino secondario. Può anche riguardare l’antagonista in persona. O, addirittura, può servire per introdurre il contesto, del quale non dobbiamo mai dimenticare l’importanza sostanziale. Prendete nota: il contesto detta legge.  Dal momento che nella scrittura non abbiamo un boss che ci dice cosa fare e come farlo, possiamo sbizzarrirci e sentirci liberi di fare quel che più ci piace, ma entro certi limiti: in questo caso, dobbiamo tenere a mente che la microstoria che presentiamo come incipit non dovrà mai essere scollegata dalla trama. O, meglio, dovrà aver con essa almeno un qualche collegamento: dovrà contenere un input che ci permetta di passare alla fase successiva senza passare da “fischi” a “fiaschi”, confondendo il lettore invece di accattivarsi la sua fiducia. Il passaggio deve essere chiaro e leggibile, e, magari, contenere anche un bel colpo di scena. Inoltre, deve sempre svolgere la funzione di introdurre qualcuno o qualcosa di cruciale a livello di trama. Se decidete di optare per questo tipo di incipit, il consiglio è di ricordare che la microstoria deve essere micro! Non possiamo certo aspettarci che il lettore rimanga incollato al nostro romanzo se gli presentiamo cinque pagine di digressione e poi saltiamo di palo in frasca di punto in bianco. Già una pagina intera può essere troppo. Facciamo un esempio:

Un quartiere tranquillo, un gatto sull’albero, una vecchia vestita di rosa che chiama aiuto per la sua povera creatura domestica. Un uomo spunta in mezzo alla folla e sorride in modo rassicurante. In un battito di ciglia, ricongiunge gatto e padrona in uno sdolcinato happy ending. Lui ci piace. É un eroe. Ma la storia è noiosa. E poi, siamo già al lieto fine. Qualcosa non quadra. Ah, no, ecco che arriva l’inghippo. L’uomo gira a destra e svolta dietro un angolo. Smette immediatamente di sorridere e diventa serio come un gangster. Si guarda attorno guardingo, ignorando un volantino appeso al muro. Ma noi no, noi non lo ignoriamo: eccola lì, la sua faccia stampata sotto a una scritta in rosso: “Se vedete quest’uomo, chiamate la polizia”. Scopriamo che è un assassino. E ora? Cosa ha in mente? Perché ha salvato il gatto? Ma poi, è il buono, o il cattivo?

Una verità universale

Questo tipo di incipit è insidioso. Grandi scrittori come Jane austen e Lev Tolstoj hanno avuto successo nell’impresa, ma loro sono… beh, sono Jane Austen e Lev Tolstoj.

«É verità universalmente riconosciuta che un uomo largamente provvisto di beni di fortuna debba sentire il bisogno di prender moglie. Fin dal suo primo apparire nelle vicinanze, questa verità si trova così radicata nelle teste delle famiglie circostanti che esse lo considerano senz’altro come la legittima proprietà dell’una o dell’altra delle loro figliole.» (Pride and Prejudice, Jane Austen)

«Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.» (Anna Karenina, Lev Tolstoj)

Cos’è che rende questo tipo di incipit così difficile? Bene, vediamo… Non solo è difficile trovare verità universali che nessuno abbia già trovato prima di voi, ma è anche più difficile esprimerle in modo simpatico. Mancano sempre di connessione emotiva. Sono generali, appunto: non sono personali. Se riesci a farle suonare drammatiche come Tolstoj, o ironiche come Austen, allora hai già fatto fin troppo, perché è tutt’altro che facile. Se invece non ci riesci, non stare a perderti in un incipit che il più delle volte è fallimento assicurato: prova qualcos’altro. Più ci provi, e meno ci riesci: ti perdi nel virtuosismo fine a sé stesso. Se ti viene così, come lampo di genio, invece… beh, allora, buon per te.

Un appello al lettore

Ogni buon incipit è una domanda al lettore, solo che è quasi sempre sottintesa e indiretta. Se un lettore legge il tuo incipit e non si pone dello domande, allora il tuo non è un buon incipit. Uno degli obiettivi più importanti dell’Incipit è mettere almeno un grande punto interrogativo nella mente del lettore: “cosa sta per succedere?”.

Alcune persone iniziano i loro romanzi rivolgendosi direttamente al lettore, nella prima riga dell’incipit. Anche questo è un segreto ben custodito da chi scrive per la pubblicità: se ti rivolgi a qualcuno, magari anche chiamandolo per nome (ora questo è possibile grazie a / a causa di l’inquietante memoria del database di internet), stai richiedendo la sua attenzione in modo automatico, veloce e semplice. É un po’ come quando cammini per la strada e qualcuno ti saluta urlando il tuo nome: non puoi impedirti di girarti nella sua direzione e ascoltare ciò che ha da dirti. Lo stesso accade quando leggi un articolo pubblicitario o una newsletter promozionale: “Depresso? Prova…!”, “Vuoi tornare bello e giovane? Allora prova…! É miracoloso!”, o addirittura per nome: “Regina, hai voglia di una vacanza?”. Certo che ho voglia di una vacanza, ma non mi faccio fregare dai vostri trucchetti. Anche questo tipo di incipit è un trucchetto. E non può durare a lungo. Una volta che hai catturato l’attenzione del lettore facendo leva su una risposta automatica e compulsiva, poi devi mantenerla. E non è facile, dal momento che il lettore si è sentito invadere il proprio spazio personale. É un po’ come se avessi bussato insistentemente alla porta della stanza da letto di qualcuno e quello, infastidito, fosse venuto ad aprirti convinto che tu avessi un’ottima ragione per disturbarlo a quel modo. Se tu non gli fornisci tale ragione, il lettore si rifiuterà di concederti anche una sola ulteriore particella della propria attenzione, a meno che tu, ovviamente, non sia Italo Calvino.

«Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino. Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell’indistinto. La porta è meglio chiuderla, di là c’è sempre la televisione accesa. Dillo subito, agli altri: «No, non voglio vedere la televisione!» Alza la voce, se no non ti sentono: «Sto leggendo! Non voglio essere disturbato!» Forse non ti hanno sentito, con tutto quel chiasso, dillo più forte, grida: «Sto cominciando a leggere il nuovo romanzo di Italo Calvinol» O se non vuoi non dirlo; speriamo che ti lascino in pace.» (Se una notte di inverno un viaggiatore, Italo Calvino)

Un dialogo

Questo è uno degli incipit più efficaci. Un dialogo cattura la nostra attenzione proprio come una domanda diretta, ovvero in modo automatico. É la natura. Tuttavia, non c’è lo stesso fastidio, né lo stesso elevarsi delle aspettative. Si tratta solo di una risposta automatica a uno stimolo, dettata da una archetipico bisogno di socializzazione e da un primordiali istinto di sopravvivenza che ci rende attenti a tutto quel che si muove o parla attorno a noi. Quando sei sul treno e due persone si mettono a parlare fra loro vicino a te, non puoi fare a meno di ascoltare la loro conversazione, anche se solo a tratti. E quando il ragazzo grasso seduto sul sedile accanto a te (c’è sempre un vicino di sedile grasso in questo tipo di esempi) si mette a parlare al telefono, tu sei lì che agogni il momento in cui riattaccherà, così tu potrai tornare a concentrarti sulla tua lettura.

Il parlare e il gesticolare della gente attira sempre la nostra attenzione. Quindi, se vuoi usare un dialogo come incipit, hai preso una giusta decisione. Ora, cerca di non rovinare tutto: non parlare del tempo atmosferico, non perdere tempo in saluti e convenevoli, non farlo durare troppo a lungo, non far parlare i tuoi personaggi come delle macchinette o non metterli a recitare monologhi infiniti. Le regole del dialogo le conosci, quindi usale.

«Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall’ospizio: “Madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti”.» (Lo straniero, Albert Camus)

Nel mezzo dell’azione

Questo sembra il più amato fra i vari tipi di incipit dagli editori contemporanei, forse perché è facile valutarne l’efficacia. Io aspiro alla varietà, quindi spero di sbagliarmi quando affermo che gli editori si concentrano sempre più su un pacchetto di regole e lo promuovono spacciandolo per la sacra bibbia degli scrittori. Tutto sommato, però, devo ammettere che un incipit che getta il lettore proprio nel mezzo dell’azione è molto coinvolgente. Analizziamo i pro e i contro: per prima cosa, incipit come questi sono pieni della componente del movimento, un punto sostanziale dal momento che il movimento attira sempre l’attenzione di un essere umano dotato di apparato percettivo normale (eh sì, eccoci di nuovo a parlare di psicologia). Inoltre, questi incipit posticipano le descrizioni del background, dell’ambiente e dei personaggi a un momento più opportuno, in cui il lettore è già disposto a concedere un po’ di tempo in più perché è già stato catturato dalla storia e, nel frattempo, si accontentano di dargli giusto quel pelo di informazioni necessarie perché al lettore non paia tutto un gigantesco caos. Un incipit come questo solitamente è in grado di dare al lettore almeno una buona motivazione per continuare il romanzo: ovvero la ricerca di una risposta alla domanda: “come andrà a finire questa scena?”. Va bene, magari è presto per chiedersi come andrà a finire l’intero romanzo, ma almeno è un passo avanti. Un rischio di questo tipo di incipit è che spesso crea aspettative iniziali più alte di quelle che poi riesce a mantenere. Molto spesso, l’autore concentra l’azione migliore all’inizio e poi, per un bel numero di pagine, non accade più nulla. Appena la scena si conclude, il lettore è già alla ricerca di qualche nuovo stimolo che faccia nascere in lui nuove domande, ma, se non riesce a trovarne, si stuferà presto. Non basta fare del proprio meglio solo nelle prime pagine o nelle ultime, bisogna farlo per tutta la durata del romanzo. Altro rischio comune è di contare così tanto sull’azione da dimenticarsi dell’emozione. Relazioni fra personaggi, introspezione, sentimenti, ecc… tutto questo passa in secondo piano e viene o posticipato o banalizzato e appiattito. E noi sappiamo bene che questo non è molto efficace, dal momento che il primo atto di una storia ha come scopo principale instaurare una connessione emotiva. Se però sei in grado di creare questa connessione e costruire un incipit in medias res efficace, non farti scappare tale opportunità.

«Gregorio Samsa, svegliatosi una mattina da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo. Riposava sulla schiena, dura come una corazza, e sollevando un poco il capo vedeva il suo ventre arcuato, bruno e diviso in tanti segmenti ricurvi, in cima a cui la coperta del letto, vicina a scivolar giù tutta, si manteneva a fatica. Le gambe, numerose e sottili da far pietà, rispetto alla sua corporatura normale, tremolavano senza tregua in un confuso luccichio dinanzi ai suoi occhi.» (La metamorfosi, Franz Kafka)

Ormai tutti sanno che descrivere il tempo atmosferico non è un buon modo per iniziare un romanzo, soprattutto se non siamo in grado di differenziarlo da un bollettino meteorologico. Ormai, i lettori hanno un’autonomia di attenzione della durata scarsa di una trentina di minuti, perciò non possiamo perdere il loro tempo parlando di qualcosa che conoscono da tutta una vita e che, ormai, non sembra aver per loro nessuna sorpresa, a meno che tu non stia scrivendo una storia a proposito di un disastro ambientale apocalittico, come, per fare un esempio, sul cessare dell’attività lunare. Ci sono storie – e io le adoro – dove, anche se non ci sono alluvioni e onde anomale, l’ambiente viene trattato quasi come un personaggio, da quanto è sostanziale a livello della trama. Quando l’ambiente è così presente in ogni decisione del personaggio e in ogni cosa che gli succede, allora, esso detta le regole del gioco: determina lo sviluppo della trama in modi che un ignaro lettore neppure si immagina. Ad esempio, in Dune di Frank Herbert, l’ambiente desertico nel cui i protagonisti sono costretti a trasferirsi è talmente estremo (è caratterizzato dalla quasi totale assenza di acqua), che farci i conti è una delle maggiore imprese di tutti i suoi abitanti e tutta la storia ruota attorno a questo. Persino il libro prende nome dal pianeta. Oppure, in The Martian – Il sopravvissuto  di Andy Weir, vi lascio immaginare quanto tutto il romanzo si sviluppi poi intorno a una lotta per la vita fra due personaggi: Mark Watney e il pianeta Marte. Perché una descrizione dell’ambiente o del tempo possa diventare il vostro incipit perfetto, essi devono essere trattati come personaggi a tutti gli effetti, caratterizzati in profondità e da punti di vista sorprendenti e accurati, non banalizzanti.

«Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina.
Non importa dove si trova, com’è fatta: purché sia una cucina, un posto dove si fa da mangiare, io sto bene. Se possibile le preferisco funzionali e vissute. Magari con tantissimi strofinacci asciutti e puliti e le piastrelle bianche che scintillano.
Anche le cucine incredibilmente sporche mi piacciono da morire.
Mi piacciono col pavimento disseminato di pezzettini di verdura, così sporche che la suola delle pantofole diventa subito nera, e grandi, di una grandezza esagerata. Con un frigo enorme pieno di provviste che basterebbero tranquillamente per un intero inverno, un frigo imponente, al cui grande sportello metallico potermi appoggiare. E se per caso alzo gli occhi dal fornello schizzato di grasso o dai coltelli un po’ arrugginiti, fuori le stelle che splendono tristi.
Siamo rimaste solo io e la cucina. Mi sembra un po’ meglio che pensare che sono rimasta proprio sola.» (Kitchen, di Banana Yoshimoto)

Un flashback proveniente dalla scena finale

Se inizi il tuo romanzo dalla fine, allora devi essere brillante, non solo furbetto. Se pensi che informare il lettore che il protagonista del romanzo finirà per criccare nella scena finale renda tutto più succoso e intrigante, non scordarti di dare al lettore il beneficio del dubbio, o puoi scortarti che egli ti segua in vicolo cieco. Il rischio maggiore nell’intraprendere questa strada è quello di dare al lettore un’informazione di troppo. E tu non vuoi che egli svenda il finale, ma che rimanga attaccato alla pagina per scoprirlo quando tu vorrai che lo faccia. Deve prima leggere il romanzo, insomma. Devi essere certo che l’incipit faccia nascere nella mente del lettore non già una risposta, ma una domanda. Un altro rischio è contarci troppo. Un errore potrebbe essere, ad esempio, non dare al lettore il contrasto emotivo tra inizio e fine che è necessario perché entrambi abbiano effetto. Il contrasto rende tutto chiaro e intrigante.

«Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio.» (Cent’anni di solitudine, di Gabriel García Márquez)

CONCLUSIONE

Ci sono sicuramente altre tipologie di incipit, come la formula “c’era una volta…”. Inoltre, ognuna di quelle sopra descritte ha le sue mille forme variabili. Ma avere consapevolezza che stiamo scrivendo un tipo o un altro di incipit può già essere un buon punto di partenza, invece di pescarne uno a caso. Per sapere davvero se un incipit funziona, però, c’è un solo modo: farlo leggere ad altre persone. Per aver un feedback, a volte è necessario dare degli input, per evitare il solito commento vago e indefinito. Quindi, dopo aver fatto leggere l’incipit a una buona anima, bisogna chiederle domande specifiche, come: Spiega a parole tue ciò che hai letto. (Questo è utile per capire se sei stato chiaro, se hai dato tutte le informazioni necessarie, se alcuni elementi passano inosservati e invece sono importanti, se altri sembrano più importanti di quello che sono in realtà, ecc…). Oppure: Secondo te, qual è il genere di questa storia?  Ecc..

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. Mastro Pellecchia ha detto:

    Come sempre chiara e ricca di buoni consigli 🙂

    (P.s.: non l’ho mai detto, ma i disegni a corredo degli articoli mi piaccioni da impazzire 😀 )

    Piace a 1 persona

  2. Ottimo articolo. Sono un patito dell’incipit in medias res, non posso farci nulla! L’appello al lettore e la verità universale, invece, li trovo… orribili 😛

    "Mi piace"

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