Racconto breve ispirato a – La persistenza della memoria di Dalì

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La persistenza della memoria, Salvador Dalì, 1931

 

Tu che ore fai?

Era una società utopica e terrificante, quella in cui vivevo con i miei amici e i miei genitori. La chiamavano “Città Sospesa”. Ogni cittadino aveva la sua villa autonoma con giardino. Ogni villa era provvista di una vista spettacolare: uno spicchio di mare blu, in perenne stato di calma piatta, come una lastra di metallo. La terrificante e sovrannaturale montagna d’acqua rifletteva un cielo senza nuvole, che virava dai colori dell’ambra a quelli dello zaffiro. Ogni villa sorgeva su una collina verde, che pendeva a valle con una curva dolce, priva di interruzioni.

La città non era mai né affollata, né chiassosa.  Non c’era mai brutto tempo, né carestie, né epidemie, né crisi economica. Ognuno di noi aveva un lavoro, per il quale era tagliato alla perfezione: lo indossavamo  come un abito su misura. Ci sentivamo appagati. Ci eravamo sistemati per la vita. Nessun dolore turbava la quiete pubblica.

Avevamo fatto un patto con un mercante di sogni, millenni prima che io nascessi. Egli ci aveva promesso una vita sospesa. Un equilibrio calcolato al milligrammo tra bene e male. Una bilancia immobile, che neppure una piuma poteva rimettere in moto. Tutto ci sembrava perfetto, e dicemmo di sì. Comprammo quel sogno e lo vivemmo per millenni. Il prezzo a cui lo pagammo io non lo seppi mai. Ma lo conosco ora.

Non avrei mai osato mettere in discussione la perfezione del nostro stile di vita: non ero consapevole della mostruosità che si annidava dietro le quinte.

La verità è che vivevamo dentro a un orologio.

Ognuno di noi aveva il suo, appeso sopra al letto o nel salotto. Il mercante di sogni si era raccomandato con forza di trattarlo con cura e vegliarlo come una reliquia. E noi vivevamo nel terrore che accadesse qualcosa al nostro orologio. Neppure noi sapevamo cosa. Nessuno aveva mai osato toccare il proprio orologio, e neppure quello di un altro. Non esisteva criminalità, nella nostra società perfetta.

Ogni orologio aveva un proprio ritmo. E la mattina, quando ci incontravamo, non ci chiedevamo «Come stai?», ma: «Che ore fai?».

«Io faccio le 3, e tu?».

«Io sono avanti».

Il tempo non era uguale per tutti. Ognuno aveva il suo. Eravamo così abituati a quel tipo di domande, che non facevamo più caso alle risposte.

Ma avremmo dovuto.

Il mio orologio era sempre indietro, ma io non ero affatto consapevole di cosa questo significasse. Lo vedo ora.

Sono sola, ora. Scrivo di una vita che non vivo più, di un posto che non occupo più, di persone che non incontro più. Vago indietro col pensiero a un tempo che non tornerà più.

Sono sola, qui. L’orologio della mia vita è rimasto indietro rispetto a quello di genitori e amici: i loro orologi sono corsi avanti veloci, lasciandomi indietro.

Uno dopo l’altro, essi hanno iniziato a fermarsi. Le piccole lancette nere hanno smesso di muoversi. Il cuore dei loro proprietari ha cessato di pulsare.

I miei genitori e i miei amici hanno finito di esistere. Ed eccomi qui, a vivere di memorie morte e a osservare l’orologio della mia vita con occhi pieni di lacrime e odio, desiderando con dolore ch’esso si fermi.

Addio per sempre, amici cari e amati genitori. Addio e buon viaggio. Ricordatevi di me, se potete. Ricordate dell’unica persona che avete lasciato indietro in questa valle solitaria dimenticata dal tempo. L’ingranaggio del tempo si è rotto. Sarò sola per il resto della mia vita, questo è il mio destino. E, sola, attenderò che il mio orologio vi raggiunga.

 

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. Walter Carrettoni ha detto:

    “Le piccole lancette nere hanno smesso di fermarsi”
    Piccolo refuso?
    Comunque bello.

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  2. Kuku ha detto:

    Devo dire che questo racconto ha un certo impatto non da poco.
    Mi ha fatto affiorare alla memoria un telefilm (o forse un altro racconto? Non ricordo) dove c’era un uomo preoccupatissimo che il suo orologio venisse sempre caricato perché se si fosse fermato…

    Piace a 1 persona

    1. Regina Scuto ha detto:

      Grazie, sono contenta che sia in qualche modo evocativo. Purtroppo, non conosco il telefilm a cui ti riferisci, mi sono ispirata all’opera di Dalì e ai lavori di un artista contemporaneo, Felix Gonzales-Torres.

      "Mi piace"

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