Racconto breve tratto da Autoritratto con scimmia di Frida Kahlo

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Self-portrait with monkey, Frida Kahlo, 1938

(Questo racconto fa parte di una nuova rubrica di racconti tratti da opere d’arte, che pubblicherò ogni settimana)

L’EVOLUZIONE DELLA DONNA

Quando vide il mio autoritratto, Il Professore sussurrò: «Perché?».

C’era un rimprovero, nella sua voce. Io mi girai a guardarlo, muta, rassegnata, dura. Proprio lo sguardo che avevo impresso sulla tela. Il Professore aveva di fronte a sé ben due copie di me stessa. Erano troppe, per il suo cuore in lotta.

Non gli risposi, perché la risposta era in bella vista sul cavalletto. Ma, se avessi voluto infliggergli un dolore, avrei usato queste parole: «Perché questa sono io, proprio come tu mi hai creata. Che ti piaccia oppure no».

Io mi ero preoccupata di non ferirlo, avevo deciso di tacere. Ma lui non fu altrettanto delicato: «Cancella questa mostruosità, prima che io decida di rispedirti nella gabbia dove ti ho trovata. E poi, guardala! L’ha pure firmato. E chi sarebbe “Frida”? Chi ti ha detto che potevi sceglierti un nome? Tu non hai un nome, hai un codice da laboratorio».

Lo amavo. Forse era per questo, che le sue parole mi ferivano come lance, invece di scivolarmi addosso come pioggia. Ma ero più intelligente di quanto lui non sospettasse, e sapevo che non parlava con malignità per ferire me, ma per ferire sé stesso. Non era di me che si vergognava, ma dell’essersi innamorato di una scimmia.

Uno scienziato dovrebbe essere fiero e orgoglioso della propria creazione. Dovrebbe amarla, adorarla, e dovrebbe volerla esporre in bella vista come un trofeo. Ma il mio quadro, che mostrava al mondo la sua creatura, non fu incorniciato nel salotto, ma finì incappucciato nella cantina. Forse, anch’io, prima o poi, avrei fatto la stessa fine.

Quando i suoi ospiti arrivarono, mi feci trovare in piedi, sul palchetto di legno che Il Professore aveva fatto costruire appositamente per il mio debutto. Vestivo gli abiti che lui mi aveva fatto confezionare, tipici del luogo. Ero stata agghindata come un manichino in un negozio di vestiti: su richiesta del Professore, le donne della casa mi avevano abbellita ove possibile, strizzandomi il busto in un abito blu elettrico, appendendomi ai lobi due pesanti orecchini dorati, conficcandomi numerosi fiocchi color del sangue fra i capelli folti e selvaggi, stirati in una crocchia abnorme. Mi chiesi come potessi mai piacergli, in quella forma di bambola finta. E mi diedi subito una risposta: non era a lui che dovevo piacere, ma ai suoi ospiti. Voleva vantarsi del mio aspetto più umano. Non dovevano vedere in me nulla di selvaggio o di animalesco, nulla che potesse rimandare in alcun modo alle mie vere origini. Dovevano vedermi come donna fatta e finita, completa e uguale a tutte le altre. Forse, con il loro tacito avallo alla mia umana femminilità, anche lui avrebbe iniziato a vedermi come una donna e non si sarebbe più vergognato del suo amore per me.

Tuttavia, non per fargli dispetto, ma per affermare me stessa, io avevo deciso di mantenere un segno della mia autentica identità. Un unico sopracciglio sulla mia fronte scendeva a punta sul naso come ali di un gabbiano in volo. L’irsutismo era l’ultimo ricordo rimasto di ciò che ero stata solo poco tempo prima. Ovvero, un primate.

Anche Il Professore si era preparato per la grande occasione, dalla quale dipendeva la sua ascrizione all’albo dei più grandi scienziati della storia. Si era infilato in un abito elegante, che appariva troppo grande per il suo fisico asciutto, ma piccolo per il suo corpo slanciato. I capelli lunghi e scarmigliati erano stati tirati indietro con un pesante strato di gel. Sembrava un bambino nell’abito di un vecchio, mentre si stropicciava le mani nervosamente e saltellava su un piede e poi sull’altro, girava lo sguardo ovunque senza soffermarsi un istante su nulla, e correva da una parte all’altra della sala senza misurare bene le distanze. Provavo tenerezza per lui.

Gli ospiti erano tutti molto più anziani del Professore, e sembravano anche più confortevoli nei loro abiti da onorevoli scienziati. A uno a uno, si fecero avanti per fargli i loro complimenti. Tutti avevano conquistato in passato la loro parte di gloria e avevano inciso il loro nome nell’albo, ma ora erano in venerazione come di fronte a un dio. Non una punta di invidia trasudava dai loro corpi: non c’era spazio per l’invidia, quando lo stupore e la meraviglia riempivano ogni cellula delle loro menti. Si prova invidia per chi ci supera, non per chi ci surclassa, rivelandosi un genio irraggiungibile. Ognuno si faceva avanti, con la moglie a braccetto, profondendosi in effusioni e producendo infinite variabili sul tema: «Professor Makron, lei ha raggiunto le più alte frontiere della Scienza, ha ottenuto l’impossibile, ha ridisegnato il futuro della Medicina, ha spalancato le porte all’evoluzione della razza umana, ecc…».

Nessuno rivolse uno sguardo nella mia direzione: forse non si erano neppure accorti della mia presenza. Avevano occhi solo per il Professore.

Infine, il più concreto degli invitati espresse il desiderio di tutti: «Professor Makron, avanti, ci porti la sua creazione! Non stiamo più nella pelle dal vedere con i nostri occhi il frutto del suo incredibile e meraviglioso esperimento. Sono tre anni che ne attendiamo l’esito. Ora vogliamo vederla».

«Sì» dissero gli altri, quasi in coro: «Vogliamo vederla, vogliamo vedere la scimmia!».

Con un sorriso estatico, Il Professore mi lanciò un’occhiata nervosa, imbarazzata, che durò appena un attimo. Aprì la bocca e fece un gesto goffo nella mia direzione, ma nessuno lo comprese.

«Avanti, chieda alla sua assistente di portarci la scimmia! Perché vuol torturarci con questa attesa?» ripeté incalzante lo stesso scienziato.

Il Professore deglutì e si decise a presentarmi, avvicinandosi a me. Pomposo e altisonante, iniziò: «Signore e signori…». Poi, quasi spaventato del tono troppo alto della propria voce, per un momento rimase con la bocca aperta, come in cerca di parole che non volevano uscire. Aveva dimenticato il forbito discorso che si era preparato nei giorni precedenti. Infine, disse solo: «Ho il piacere di presentarvi il frutto del mio esperimento denominato “Evoluzione Rapida”. Ecco a voi, la “Scimmia Evoluta”!». E mi indicò.

Io non ricordai di sorridere. Lo sguardo sconcertato e confuso dei presenti non me ne fece venir voglia. Non avevano afferrato il collegamento con me e, forse, attendevano ch’io uscissi dalla stanza e ritornassi portando al guinzaglio una scimmia.

Si girarono fra loro, bisbigliando all’orecchio l’uno dell’altro. Finché, uno fra tutti espresse il dubbio generale, in una risata poco convinta: «Professor Makron, la sua assistente non sembra molto sveglia…».

Il Professore lo guardò quasi con spavento, incapace di rispondergli. Ma non c’era bisogno di una risposta verbale. Tutti avevano ormai collegato i puntini. L’atteggiamento del Professore confermò l’ipotesi che nessuno aveva avuto il coraggio di esternare a voce alta.

Tutti rimasero in silenzio, sbigottiti. Poi, presero a ridere e a coprirmi di ridicolo: «Mai vista una scimmia tanto glabra!» diceva uno. «O una donna tanto pelosa» rispondeva un altro. «Cervello di scimmia in corpo di donna è davvero un bel danno» continuava qualcuno. «Sconvolgente somiglianza con le sue sorelle pelose» aggiungeva la moglie. Ecc… C’era chi disquisiva se fossi da considerare bella oppure brutta, discussione che divideva in due il pubblico. C’era chi indicava le mie sopracciglia come un segno della natura selvaggia. C’era persino chi si chiedeva se i miei abiti nascondessero un corpo peloso e scimmiesco. Tutti mi osservavano con attenzione quasi morbosa da ogni prospettiva possibile, girandomi attorno, avvicinandosi fastidiosamente. Al contempo, elogiavano la maestria del professore che, come uno scultore, aveva saputo “trasformare un mostro in un essere dalle sembianze di donna”.

Io non riuscivo più a respirare. Immobile come la colonna di marmo alle mie spalle, a cui mi ero appoggiata per trovare riparo e sostegno, ne avevo assunto anche il colore pallido, arrossato sulle guance per l’imbarazzo e la vergogna. Non osavo muovere muscolo o aprir bocca. I miei occhi saltavano dall’uno all’altro dei presenti, sgranati come quelli di una bambina che scopre per la prima volta gli orrori di un mondo gretto e indegno. Non era ciò che mi aspettavo, come primo debutto.

Finché una delle mogli esclamò con rabbia: «Zitti, uomini ottusi! Non vedete che avete di fronte una persona intelligente, che ascolta e comprende ogni cosa voi diciate?». Gli uomini tacquero, sorpresi di essere stati rimproverati come dei bambini. La donna alzò il tono e battezzò Il Professore: «E lei, professore, come si è permesso? Ha persino il coraggio di chiamarla “scimmia”». Si avvicinò a me e mi diede le spalle, affrontando l’intera schiera degli invitati dalla mia stessa prospettiva, un gesto spontaneo per il quale le fui sempre grata. Con voce forte e chiara, dichiarò: «Questa è una donna!».

Fu quello il giorno, fu quella la donna, furono quelle le parole che infine mi fecero prendere coscienza del mio diritto al titolo di essere umano e, ancor più, a quello di “donna”.

Colei che aveva parlato era la moglie di uno degli scienziati più anziani e l’avevo inizialmente notata per il suo viso severo, elegante, nobile. Ora, guardandola con maggior attenzione e con gratitudine, scorgevo nei suoi occhi anche una sensibilità più alta di coloro che le stavano attorno: con le sue parole, aveva fatto vergognare di sé tutti i presenti.

Fu per questo che, quella sera, quando gli invitati se ne tornarono alle loro case, ancora frastornati da quel che era accaduto, quasi gli fosse cascato addosso il cielo, io decisi di abbandonare lo studio del Professore, per accettare la generosa offerta di quella donna di prendermi con sé nella sua dimora.

Fu una scelta ardua e dolorosa, abbandonare l’uomo che amavo. Ma sapevo che rimanergli accanto avrebbe causato la fine di entrambi: ci saremmo logorati a vicenda. Io necessitavo di un riconoscimento del mio diritto di donna ed egli non sapeva concedermelo. Rimanendo con lui mi sarei degradata. Da donna evoluta, sarei ritornata allo stato di essere inferiore e sottomesso. Non potevo accettarlo. La mia evoluzione non poteva terminare lì: io dovevo coltivare la mia intelligenza, la mia sensibilità, le mie passioni. Dovevo raggiungere la forma migliore di me stessa. Dovevo realizzarmi. Dovevo diventare la vera me. E, se egli non me lo avesse permesso, se ne sarebbe pentito per il resto della propria vita, tormentandosi per avermi reso donna dal punto di vista scientifico, ma non da tutti gli altri punti di vista. Ed egli non avrebbe mai concesso a sé stesso il permesso di amarmi, finché avesse visto in me una scimmia e non la donna che meritava di stare al suo fianco.

Quando lo salutai, egli non osò né ricambiare il saluto, né guardarmi in faccia. Si rivolse solo alla donna che mi portava via, quasi io fossi priva di capacità di intendere e di volere. Come se la decisione di andarmene non fosse effettivamente mia, ma io la stessi subendo in modo inconsapevole e inappellabile: «Come vi permettete di portare via il frutto del mio esperimento?» le gridava con rabbia: «Essa mi appartiene! Deve restare con me, non può abbandonare questa casa. Non è destinata al mondo esterno. Non avete alcun diritto su di essa!».

La donna si limitò a farmi segno di salire sulla sua vettura, mantenendo un contegno invidiabile, mentre gli rispondeva: «No, signor Makron. Siete voi, che non avete alcun diritto su di lei. Legalmente, voi potete essere considerato il tutore della signorina, niente di più. E, dal momento che ella ha compiuto l’età per intendere e volere, è libera di lasciarvi».

Quando comprese che non poteva vincere quella causa, il Professore si girò infine verso di me. Era pieno di risentimento nei miei confronti. Glielo leggevo negli occhi. Fuori di sé, gridò: «Rientra immediatamente in casa, ingrata! Tu mi appartieni!». La vettura partì, e la carrozzeria tremò sotto i suoi colpi forsennati.

Le prime lacrime della mia vita mi scivolarono dagli occhi, mentre guardavo il professore accasciarsi disperato sul marciapiede, come se ogni ragione di vita gli fosse stata appena strappata dalle mani.

Sono passati numerosi anni da quel giorno, e non ho più rivisto il professore. Non ne ho più neppure sentito parlare. Ma il mio amore per lui non si è affievolito. Anzi, è diventato più forte e doloroso, ha assunto tutto un nuovo colore: si è tinto di rabbia, di odio e di risentimento. Ma anche di tristezza e malinconia. Ora che so cosa vuol dire davvero essere una donna, ora che è passato del tempo, ora che comprendo tutto… so che egli mi ha fatto più male di quanto non mi abbia fatto bene. Togliermi il diritto all’umanità è stato molto più grave che darmela.

Ma, nonostante la mia nuova consapevolezza, io devo rivederlo. Non sarò mai completa, altrimenti.

Ecco perché ora sono di fronte alla sua casa, con il braccio alzato per bussare alla sua porta. La casa sembra chiusa da anni, con tende scure e pesanti alle finestre, l’intonaco rovinato, le finestre decadenti. Ma so che è ancora abitata da lui, mi sono informata.

Ho bussato, ma lunghi minuti rintoccano lenti sul campanile prima che qualcuno venga ad aprire.

Quando la porta ruota sui cardini, mi appare il volto quasi dimenticato del Professore. Pallido, rovinato, con occhiaie violacee attorno agli occhi, mi fissa con stupore. Le iridi azzurre si abbagliano e si riempiono di lacrime. Sorride debolmente. Poi il sorriso si allarga.

«Sei tornata da me» mormora.

Non so se sono felice di vederlo. Ma so che sto provando emozioni così forti come mai prima d’ora. «Sono tornata» dico, lentamente. Tuttavia, aggiungo: «Ma non per restare. Sono qui per riprendermi i miei dipinti. Specialmente l’autoritratto».

Un’amarezza violacea gli tinge il volto. «Certo» mormora, facendosi da parte per farmi entrare. Mi dà le spalle, curve come sotto a un macigno, mentre dice freddamente: «Vado a prenderli».

Ma, con mia grande sorpresa, non si dirige in basso verso le scale che portano alla cantina, ma in alto verso quelle che portano alla sua camera da letto. Colta da un improvviso bisogno di sapere, salgo le scale, trepidante.

E, appena arrivo in cima, mi sporgo oltre alla sua spalla, ignorando il suo tentativo di impedirmi l’ingresso. Il quadro è proprio lì, appoggiato accanto al letto, di fronte al cuscino: è la prima cosa che il Professore vede quando si sveglia, e l’ultima prima di addormentarsi.

Il mio cuore si riscalda. Lacrime escono dai miei occhi. Ma ho paura. Non di violenza fisica, ma di violenza psicologica. Come posso dargli un’altra possibilità, dopo quel che mi ha fatto? Sarò in grado di andarmene, se lui riprendesse a farmi sentire inferiore e indegna come una cosa di sua proprietà e non una persona vera e propria?

Il Professore si è accorto delle mie lacrime. Riconosce i sentimenti che mi animano e mi bloccano sulla soglia della sua stanza. Una speranza azzurrina torna a illuminargli il volto. «Non…?». Si blocca.

Io non lo aiuto. Tutto dipenderà dalle sue prossime parole. Ha solo una possibilità, per convincermi a dargli un’altra chance. E c’è solo un modo in cui può riuscirci.

«Vorresti perdonarmi, Frida?».

È la prima volta che il mio nome esce dalle sue labbra, dolce come un bacio immaginato. Ho deciso che non dovrà essere l’ultima.

Mi ha dato l’umanità, ora voglio permettergli di darmi anche la felicità di una degna vita umana.

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. Domenico Aliperto ha detto:

    mi piace la metafora (lo è?) della maturazione del sentimento e della prospettiva di un uomo verso la propria donna: da oggetto da plasmare per acquisire uno status a essere umano da amare con il riconoscimento e il rispetto.
    mi piace meno il lieto fine raggiunto con l’espediente spiccio della distanza.

    Piace a 1 persona

    1. Regina Scuto ha detto:

      Grazie mille per il commento. Sai, in effetti, il finale non convince neppure me.era previsto che finisse così, ma, mentre lo scrivevo, mi è venuto il dubbio…

      "Mi piace"

  2. Mastro Pellecchia ha detto:

    Brava Regina 👍

    Piace a 1 persona

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